L’ultima di Fare Teatro

I Giganti della Montagna di Pirandello, al Verdi sabato 17 e domenica 18 luglio, chiude per questa estate il cartellone di Fare Teatro. L’ultima, incompleta, opera dello scrittore agrigentino, che si accomiatava dal mondo con il suo lavoro forse più interessante e misterioso, viene affrontata dal gruppo più esperto nel gioco teatrale rispetto a tutti i ragazzi coinvolti nei laboratori di formazione della Fondazione Teatro di Pisa. Hanno cominciato a studiarla in piena pandemia, l’hanno usata come antidoto e medicina, ora la restituiscono in un benefico “contagio” al pubblico pisano. Biglietti al costo unico di 10 euro. 

I Giganti della Montagna non è un’opera di Pirandello, ma per certi versi è l’Opera di Pirandello. O almeno questo era ciò che il grande autore stava cercando di fare. Questo è piuttosto evidente sia per la quantità di spunti tematici che Pirandello inserisce, sia per la pluralità di colori che usa. Lunga la gestazione, iniziata nel 1931, impossibile la chiusura (l’opera andrà in scena postuma nel 1937) anche se Pirandello pare avesse detto al figlio, la notte prima di morire, di aver visto l’immagine risolutiva per la conclusione del testo. Un’idea molto particolare che sarà evocata anche nella chiusura di questo spettacolo di Fare Teatro. Lontano dal teatro più celebrale e speculativo che costituisce buona parte di quello pirandelliano, I Giganti della Montagna è un testo a tratti giocoso e particolarmente giocabile, costruito su una storia raccontabile in pochissime righe: una compagnia di teatro sull’orlo del fallimento (per essersi immolata nell’ostinata riproposizione di un’altra opera di Pirandello: La Favola del figlio cambiato), viene accolta nella villa degli Scalognati da un altro ben più stravagante gruppo di persone, dei quasi eremiti più dediti all’esplorazione del mondo extra ordinario, piuttosto che propensi a cercare di immettere la fantasia nel mondo quotidiano, come cerca di fare invece il gruppo dei teatranti. Nel testo c’è molto di tutto: la necessità della fantasia come motore primo dell’uomo, una riflessione sui modi e sulla necessità del teatro, il suo possibile immolarsi alla ricerca dell’autentico. Ma è anche un racconto sul nostro modo di incontrarsi e di costruire assieme il senso del reale e delle cose. «I Giganti è uno dei testi che riesce a raccontare al meglio la magia del teatro e l’incanto che è scriverlo, farlo, assieme, come un gioco di bambini», ci dice Federico Guerri, drammaturgo e uno dei conduttori del laboratorio. «È una vicenda che non smette di stupire e sfidare e che ci ricorda quanto ci è mancato incontrarsi e vivere, tra vivi. Quella zona di confine tra i sogni e la realtà che è la creatività». Il testo è stato scelto proprio perché è parso particolarmente opportuno in questo periodo pieno di paure e diffidenze. Il suo centro è costituito da un incontro tra «un gruppo di esseri umani che arriva e un altro gruppo che accoglie. Vanno ospitati? Sono quelli giusti? Come ci definiamo, tra di noi, e nell’incontro con l’altro? Qual è la distanza che ci protegge da quella che ci fa paura? Perché l’incontro con l’altro racconta chi siamo noi», evidenzia Luca Biagiotti, responsabile della Formazione e co-conduttore del lungo processo di ricerca e riflessione che porta alla messa in scena di sabato. Ma «I Giganti è anche una sfida umana oltre che artistica. È una sfida anche pedagogica. È misurarsi con l’anima, i sogni, i fantasmi. Con la follia che è dentro e fuori di noi, malgrado noi. È un incontro con l’altro, ma perché questo incontro abbia senso è necessario uno sguardo obliquo, forte e implacabile su noi stessi», tiene a precisare Cristina Lazzari, anche lei conduttrice del laboratorio e anima centrale del processo di messa in scena. Tutto questo e molto altro caratterizzerà proprio la messa in scena di questo fine settimana, che griderà di nuovo lo specifico dello spettacolo dal vivo e la sua necessità, specie in un periodo come questo dove ritrovare occasioni per ideare percorsi da condividere per creare nuovo senso e rotte future per la collettività appare quanto meno fondamentale. In scena Alessandra Antichi, Alessandro Giacomelli, Alice Bianchi, Angel De Oliveira, Arianna Regina, Clara Pasquali, Claudia Biancotti, Daniele Matronola, Elena Fustini, Eugenio Fortunato, Federico Cristiani, Giorgia Durantini, Giulia Bechi, Lorenzo Galli, Lorenzo Scribani, Nicola Perone, Pietro Leopoldo, Viceré, Sara Genovesi. Coordinamento laboratorio e regia a cura di Cristina Lazzari, Federico Guerri e Luca Biagiotti, assistenti Franco Farina, Annalisa Cima e Luca Orsini, oggetti e costumi Margherita Guerri, luci Michele Della Mea. Lo spettacolo sarà replicato il 27 luglio alle ore 21 al Bucinella Festival di Grosseto.