Ciao, Pentaschero dell'opera

Il 25 luglio, all’età di ottantacinque anni, se n’è andato Giampaolo Testi. Il vuoto che lascia si proporziona alla grandezza del suo personaggio e la città che tanto ha adorato, e a cui tanto ha dato in tutta la sua vita, si ritrova inevitabilmente un po’ più povera. Era un “pisantropo”, come lui stesso si definì molti anni fa. Scrittore, “narratore doc di pisanità”, poeta vernacolo. Memoria storica fondamentale dell’opera lirica, la sua immensa passione, e della sua relazione con Pisa. Colonna di questo Teatro, ne è stato a lungo consigliere di amministrazione, passando negli ultimi anni all’incarico di Curatore dell’Archivio storico. Si sta scrivendo e si potrebbe scrivere all’infinito di quello che il Testi è stato. Qui vogliamo scrivere di quello che è stato per noi. 

Come è noto ai più affezionati, questa Testata ha attraversato negli anni varie fasi. Prima della versione on-line, come web magazine del Teatro di Pisa, Yorick ne è stato un quindicinale cartaceo. Prima ancora un mensile, quand’era il “foglio” del laboratorio di scrittura giornalistica di Franco Farina. Erano gli anni novanta, è da lì che veniamo. Un giorno di fine giugno del 1997 stavamo iniziando una riunione quando trovammo sulla scrivania una cartolina indirizzata alla redazione. Firmata Giampaolo Testi, riportava il suo sonetto in vernacolo Noàrtri pisani e, dopo i “complimenti schietti e vivissimi” per un nostro servizio sul Teatro Rossi, chiudeva con un saluto che per noi rappresentò una svolta: “Vi voglio bene, parliamone… se vi va”. La cartolina, molto particolare, era regolarmente affrancata e indirizzata presso quel teatro che in fin dei conti era casa sua. Capimmo in seguito che quel sistema era solo uno dei suoi molti marchi di fabbrica. Nel giro di poco organizzammo un incontro che si svolse nella Cantinetta del Verdi. Un gruppetto di giovani si trovò così in religioso silenzio al cospetto di un uomo che ci travolse immediatamente con il fascino che emanava. Quello della cultura, della conoscenza, della memoria. Della passione, quella per l’opera lirica, che fu il primo punto d’incontro ed è rimasto per oltre quindici anni il filo conduttore del nostro lungo rapporto. Già all’inizio del ’98 prendemmo a intervistarlo regolarmente. Nacque una rubrica che mese per mese batteva il tempo del cartellone lirico di quella stagione, e per la quale suggerì il titolo: Il Pentaschero dell’opera, che diventò un suo scherzoso pseudonimo. «…bada bene che non significa 5 volte bischero, perché 2 bischeri fanno un quatrischero, quindi pentaschero è 2 bischeri e mezzo!». Fu l’inizio di tutto. Cominciammo a frequentare casa sua, che da subito si presentò ai nostri occhi intrisa di tutto lo charme testiano, in occasione di pressoché tutti gli appuntamenti lirici del nostro teatro. Ne uscivamo pieni di notizie, aneddoti, curiosità sull’opera di turno, che riportavamo fedelmente sulle pagine del giornale. Fieri del nostro contatto privilegiato con la storia. Rubriche, interviste, o articoli che hanno soltanto beneficiato della sua competenza, hanno scandito il ritmo degli anni trascorsi. Gli anni che oggi ci separano da quell’incontro in Cantinetta, tanto vivo nel nostro ricordo. Quell’incontro in cui, parole sue, dovevamo iniziare a capire con «che razza di personaggio» avevamo a che fare. Lo abbiamo capito ben presto, e ce lo porteremo sempre dentro. Oggi, mentre stiamo per recarci a rendergli l’ultimo tributo, queste righe sono il saluto di un giornale a cui ha voluto bene e che, nel suo piccolo, lo ha ricambiato dal primo istante. Un giornale che perde un suo punto di riferimento insostituibile e che tenterà, nel futuro, di raccogliere l’eredità nozionistica che ci ha lasciato a poco a poco. Un giornale che ha perso un magnifico, eterno amico.