Un presidente calabrese di nome Toscano: via il velo

Intervista al Presidente del Teatro di Pisa Giuseppe Toscano

Yorick! inaugura il suo nuovo sito con un’intervista al Presidente della Fondazione Teatro di Pisa, l’Avvocato e docente universitario Giuseppe Toscano, 52 anni, in carica dal 22 ottobre 2011. A lui la parola sui progetti del teatro, i giovani e la cultura in città.

Iniziamo con un rapido identikit di Giuseppe Toscano. Le origini, la formazione, i suoi rapporti con Pisa…

Sono calabrese, cosentino, ex-studente fuori sede a Pisa, facoltà di giurisprudenza. Ho sposato un’aretina, e sono entrato in società nello studio del mio maestro dell’università, il Prof. Fabio Merusi, con cui condivido lo studio Merusi-Toscano, appunto. Il ramo dell’avvocatura di mia competenza è il diritto amministrativo: direi che questo è stato un po’ all’origine della chiamata del Sindaco di Pisa a ricoprire il ruolo di Presidente della Fondazione Teatro di Pisa. La prima chiamata risale a tre anni fa, come membro del Consiglio di Amministrazione del Teatro, in un momento di grossi problemi di bilancio e anche strutturali. Fui chiamato insieme a Sergio Cortopassi, che ne divenne Presidente, per cercare di dare al teatro una dimensione aziendale. Per dirla in maniera attuale, una sorta di governo tecnico alla Monti…

Cosa è cambiato al Verdi dal 2008?

Abbiamo raggiunto l’obiettivo: i conti sono ampiamente in ordine. Certo, stiamo parlando di cultura, pertanto i conti non sono in ordine perché la cultura fa guadagnare, ma perché cerchiamo di investire oculatamente le risorse pubbliche. La Fondazione Teatro di Pisa è totalmente pubblica, nelle mani del Comune e della Provincia di Pisa. Quindi io credo che la prima cosa da fare sia garantire che i soldi pubblici vengano utilizzati per fare delle buone cose. In questo senso il Comune di Pisa ha fatto un investimento davvero considerevole. Non si è limitato ai contributi che conferisce ogni anno in quanto socio della Fondazione, ma quando gli abbiamo rappresentato la situazione drammatica di qualche anno fa ha ricostituito il fondo di dotazione. Una fondazione è tale perché ha un fondo di dotazione, ma la Fondazione Teatro di Pisa non lo aveva più. E se non hai il fondo di dotazione e ti rivolgi al sistema bancario per avere dei prestiti, nascono interessi passivi. Era una situazione molto pesante che, ripeto, abbiamo risolto grazie al Comune di Pisa e gliene va dato atto.

Si è parlato di questa scelta di equilibrio, per la quale si sono sostenuti sacrifici anche rispetto ad altre realtà culturali territoriali…

È vero, ma voglio augurarmi che sia un sacrificio solo apparente. Noi, come teatro, abbiamo tre ordini di relazioni. Un primo ordine è regionale e interprovinciale: le province più vicine a noi sono Lucca e Livorno. Un secondo ordine è il rapporto con i teatri della Provincia di Pisa, in particolare penso a Cascina e Pontedera, ma anche a Buti e altre realtà minori in termini di bacino di utenza, ma non certo di importanza. Infine c’è un ultimo piano, quello cittadino. C’è naturalmente anche il piano nazionale, dove siamo molto attivi nell’ambito della danza. È in via di definizione un’iniziativa particolarmente interessante di cui facciamo parte, per la costituzione di un’associazione di teatri per una piattaforma della danza, con capofila il Teatro Pubblico Pugliese, insieme ad Adep, Federdanza e Agis: un’assoluta novità dal punto di vista strutturale e organizzativo, con una gestione coordinata di finanziamenti pubblici. Ma tornando al livello interprovinciale, ci sono già degli accordi con Lucca e Livorno, anche perché siamo “amorevolmente” pressati dalla regione Toscana per attivare sempre di più questi meccanismi di coordinamento fra i tre teatri. Pensiamo a un’orchestra unica, anche se è difficile, o a coordinamenti sulle coproduzioni, per quanto possibile, con corrispondenti finanziamenti regionali. Ma bisognerebbe fare un ulteriore sforzo per arrivare a un coordinamento tra le direzioni artistiche e possibilmente a un cartellone unico. Secondo me chi arriva all’aeroporto di Pisa dovrebbe essere intrigato da un cartellone con gli spettacoli di Pisa, Lucca e Livorno insieme. E aggiungerei un altro teatro con il quale abbiamo lavorato quest’anno per la lirica grazie al nostro direttore artistico Marcello Lippi che ha creduto nell’operazione, che è Torre del Lago. È sicuramente una risorsa in più per i tre teatri. Inoltre pensavo di mettere insieme le forze lavoro: quelle dei teatri sono straordinarie. Si tratta di persone che hanno una professionalità non facilmente reclutabile: veri artigiani, falegnami, elettricisti, con competenze artistiche, che potrebbero essere impiegati a più ampio spettro in modo coordinato. Bisognerà valutare la fattibilità in concreto di un progetto simile, ma non mi spaventa: ci si spaventi di chi non ha idee; noi invece ne abbiamo tante. L’ipotesi del coordinamento delle maestranze diventa decisiva per il secondo dei livelli di relazione di cui parlavamo, quello provinciale. Con Pontedera e Cascina abbiamo già iniziato un percorso formale. Ci siamo messi a un tavolo coi rispettivi presidenti e ci siamo detti cosa potremmo fare insieme in termini pratici. Alcune funzioni che un teatro esternalizza potrebbero essere curate da un altro teatro che invece ha le risorse necessarie per farlo, come ad esempio la gestione delle paghe dei dipendenti o l’uso dei magazzini. Poi se parliamo di cartellone unico a livello interprovinciale, a maggior ragione a livello provinciale è valida una logica di direzione artistica coordinata. Su questo abbiamo approvato un protocollo di intesa tra i tre consigli di amministrazione. Stiamo seguendo una politica dei piccoli passi anche perché si deve tenere conto dello stato di salute anche degli altri: chiunque sposandosi va a vedere con chi si sposa! Mi fa molto piacere che Cascina abbia pensato di scegliere la sua nuova direzione artistica attraverso un bando. E io non a caso ho chiesto al Sindaco di Cascina di specificare in tale bando che chi si insedierà si dovrà coordinare con le altre direzioni artistiche, avviando un processo virtuoso che in qualche modo “imponga” un coordinamento. Che cosa potrà essere in futuro si vedrà, certo io ritengo che la soluzione migliore sia l’evoluzione di una holding teatrale unica, con tre bracci operativi che sono Pisa, Cascina e Pontedera, ma con una gestione unitaria che valorizzi le specificità sul territorio di ognuno.

E sul piano territoriale locale?

A livello cittadino, vorrei innanzitutto restituire il Teatro di Pisa alla città. Finite certe modalità di finanziamento del passato, penso che il nostro teatro non sia e non debba essere questo palazzo. Mi auguro che questo palazzo possa svuotarsi degli uffici per diventare un teatro e basta, in cui allestire per esempio delle sale museali che possano essere visitate. Spazi dedicati alla memoria culturale cittadina, e che nel contempo possano essere utilizzati per tutto quello che può far guadagnare il teatro. Congressi, serate particolari, qualsiasi cosa che metta un patrimonio che è del Comune di Pisa in condizione di produrre reddito. La cultura è già produzione di reddito ‘proprio’, ma riuscire a valorizzare questi spazi sarebbe ancora meglio.

Secondo lei c’è un mercato a Pisa per eventi di alto budget?

Abbiamo avuto numerose richieste, addirittura già per il 2013, per produzioni, spazi, convegni importanti. Attenzione, se non dobbiamo provvedere al riscaldamento di tutti gli uffici dove le persone lavorano otto ore e anche di più al giorno, ma soltanto a quello di sale che hanno un tipo diverso di destinazione e impongono meno fabbisogno di energia, è già un grosso risparmio. Non ci sono variabili indipendenti, ci sono variabili che sono tutte intersecate l’una con l’altra, e dobbiamo cercare di fare attenzione a tutto.

Non teme che diversificare così l’attività possa nuocere all’identità del teatro?

Non credo. Io penso che questo spazio possa essere dedicato a eventi di vario tipo. Penso ad esempio a quanto è stata positiva l’esposizione di quadri che abbiamo allestito (la mostra di Giuseppe Biondi nel foyer, ndr). C’era gente che veniva a vederla, poi andava a prendere un caffè al bar… Io vorrei che la gente venisse a casa sua, nella più bella casa che ha. Questa è la mia idea personalissima, vorrei che il Teatro Verdi fosse una casa pubblica. A me piacerebbe cercare di fare entrare quanta più gente possibile in teatro, che possa godere anche della bellezza di questo posto.

Quindi se lei dovesse immaginarsi il Teatro Verdi tra dieci anni lo vedrebbe così?

Sì, il Teatro Verdi come la casa pubblica culturale per eccellenza. Tutto ciò che è manifestazione culturale e artistica va bene per il teatro. È chiaro che dobbiamo anche pensare alla “cassetta”, il teatro ha dei costi e noi da qualche parte dobbiamo cercare di far quadrare i bilanci. Ma in questa “casa” includo anche altri spazi. Come collettore di fondi e finanziamenti comunali, il Teatro di Pisa deve investire sugli spazi della città, esportando il suo know-how organizzativo e funzionale, pur lasciando intatta la bellezza vitale degli altri teatri, delle chiese o dei musei. Prendiamo, ad esempio, le lezioni-concerto la domenica mattina al Palazzo Reale. Un progetto molto bello del Teatro di Pisa che ha raccolto finanziamenti e portato gente non al Verdi, ma al Palazzo Reale, che è una meraviglia. Penso a un utilizzo coordinato degli spazi, proprio perché non ci sono più le risorse che c’erano prima. Infatti il Comune di Pisa si sta ripromettendo di destinare una parte della tassa di soggiorno che sta introducendo a iniziative culturali nei periodi dell’anno in cui ci sono meno turisti. I periodi morti degli albergatori sono proprio i periodi vivissimi del teatro, l’autunno e l’inverno: pertanto l’intendimento dell’amministrazione è che il teatro possa costituire la punta dell’iceberg organizzativo che valorizzi vari posti della città per fare concerti, mostre o altro. Magari attraverso bandi o avvisi pubblici che consentano di utilizzare una somma a disposizione per il progetto migliore.

Non pensa dunque che possa esserci un rischio di “cannibalizzazione” di tutte le iniziative culturali della città?

No, anzi, penso che il Comune abbia il sacrosanto diritto di avere un braccio operativo che sia sul campo e che abbia il know-how necessario. Le professionalità del nostro staff attraversano gli ambiti del marketing, della comunicazione e dell’immagine, dei conti, della tecnica di palcoscenico. Questo inoltre consente al Teatro di valorizzare le risorse interne. Se devo implementare un piano di ristrutturazione aziendale in cui ritengo ci siano persone astrattamente in esubero e le utilizzo su una serie di percorsi e di attività, sto raggiungendo uno scopo che è di mio interesse, ma che guarda caso coincide esattamente con l’interesse pubblico del Comune di Pisa.

Allora il teatro è diventato il braccio operativo del Comune?

Io auspico che sia così, ovviamente per il settore di competenza. Ci potremmo occupare dell’evento culturale in coordinamento con gli altri enti. Non intendiamo sostituirci, bensì interfacciarci con questi. Se riuscissimo ad avere un finanziamento per un grandissimo evento mondiale a Pisa bisognerebbe coordinarsi: se il Teatro di Pisa avesse la possibilità di diventare il referente unico sarebbe un’ottima cosa.

Parliamo della formazione che è sempre stata un fiore all’occhiello del Teatro di Pisa. Se lei dovesse costruire una scala di priorità quali sarebbero i pubblici da privilegiare tra scuole, università, adulti…

Sicuramente le scuole, che per me vengono prima di tutto. Vi dirò di più: secondo me bisogna concentrarsi su elementari e medie, perché sono il futuro. Bisogna portare in teatro questi ragazzi, anche aprendolo agli spettacoli di Natale: bisogna coinvolgere loro e le loro famiglie in attività teatrali, e dimostrare loro che c’è qualcosa di diverso dalle multisala. Sono davvero convinto che i ragazzini siano il miglior “materiale” per garantire il futuro della cultura teatrale. A volte vedo certi ragazzi che si fermano qui davanti mentre ci sono le prove, magari un soprano che sta cantando, e li vedo osservare affascinati, spiando tra le tende. Ecco, proprio la curiosità è fondamentale, quando oggi non ci si incuriosisce più di niente. Il limite di tutto questo discorso è che siamo costretti a immaginare sistemi aziendali in un artigianato delle tradizioni, il più bell’artigianato che ci sia. Purtroppo dobbiamo fare i conti con un certo numero di dipendenti, dobbiamo fare i conti con quanto incidono i costi di questi dipendenti sui finanziamenti che otteniamo, dobbiamo fare i conti con l’entità dei finanziamenti stessi. Mi rendo conto che il teatro è un mondo diverso e mi appassiona talmente tanto che vedo i miei limiti proprio in questo, tuttavia devo anche fare l’amministratore…

A questo punto dobbiamo chiederle qual è il teatro che piace al Presidente Toscano, quello che va a vedere più volentieri? E qual è l’artista che vorrebbe invitare al Verdi se avesse un budget illimitato?

Sarò breve, ormai posso dire di essere diventato uno che va a vedere quasi tutto. Mentre alla seconda domanda rispondo con l’ignoranza dei neofiti: in verità non ne ho idea. Io mi lascio “educare” dai nostri uomini di teatro, nel senso che parlo molto con loro, mi fido e mi appassiono alle loro conoscenze e ai loro suggerimenti. Ma di una cosa sono sicuro, io vorrei il teatro sempre pieno, in ogni occasione. E vorrei migliorare sempre la qualità perché io sono contento quando la gente si diverte, batte le mani, è felice di essere stata in teatro.

E cosa le è piaciuto particolarmente in questa stagione?

Tantissime cose! Sicuramente Il Piacere dell’Onestà con Leo Gullotta, uno spettacolo fantastico. Poi mi è piaciuto tantissimo Salemme, e sapete quale parte mi è piaciuta di più? Il suo monologo, che non è piaciuto a nessuno. Mi è piaciuta la Bohème, per quello che si è visto sul palcoscenico, per la scenografia e la regia. Poi Pagliacci e la Cavalleria Rusticana, questa secondo me è stata una delle cose più belle che si siano viste.

Infine una battuta sul velo protettivo che incombe sulla platea: quando lo toglierete?

Ah guardate, stiamo scrivendo un giorno sì e un giorno no a questo proposito. C’è un problema procedurale, come sapete il teatro non è nostro. Per questo tipo di cose deve intervenire il Comune, io sto sollecitando in tutti i modi questi lavori però ancora non ci siamo. Ci siamo pure offerti di occuparcene noi, purché ci diano i soldi!

Intervista a cura di Fabiana Campanella e Simone Rossi