L’avaro è donna
di Fabiana Campanella 20 gennaio 2012 | Categorie: Eventi, Generale, Prosa, Stagioni
Sabato e domenica 21 e 22 gennaio al Verdi di Pisa Ermanna Montanari è Arpagone, il grande vecchio di Molière malato di avarizia. Per la regia di Marco Martinelli, la compagnia ravennate del Teatro delle Albe, reduce dai laboratori di Scampia, dalle eresie di Majakovskij, e da non-scuole in giro per l’Italia, presenta 12 attori in scena, in uno spettacolo che raccoglie la tradizione della commedia francese e della farsa antica e (s)travolge il pubblico nel ritmo rapace di una commedia musicale.
Un po’ Arpagone e un po’ Morticia Addams, l’abbiamo vista anche nel ruolo di una maitresse immobiliare nel film di Gipi, “L’ultimo terrestre”. Attrice, musa e compagna di vita del regista e attore Marco Martinelli, con cui ha fondato il Teatro delle Albe, quest’estate si aggirava con leggerezza misterica e orientale tra gli scenari bollenti del Festival Internazionale di Teatro di Santarcangelo di Romagna 2011, da lei diretto per la terza fase di co-direzione con Chiara Guidi della Societas Raffaello Sanzio ed Enrico Casagrande dei Motus. Nomi che raramente ruotano attorno ai palcoscenici di prosa tradizionali. Ma Ermanna Montanari è riuscita dove nemmeno Sarah Bernhardt, che avrebbe voluto vestire i panni tragici del vizio comico dell’opera di Molière.
La ricerca del Teatro delle Albe si innesta, sin dagli anni ’80, sulla reinvenzione del nuovo passando per l’antico, sempre con grande attenzione verso la drammaturgia e il lavoro dell’attore.
Attori e non attori, pescati nelle scuole della periferia di Napoli e tra i nuovi e non italiani della Romagna felix, hanno invaso per tutta la gloriosa carriera delle Albe palcoscenici e spazi aperti prestati alla poesia, come nella magnifica Eresia della Felicità dell’estate santarcangiolese 2011, intrisa di giallo majakovskij: “Direzione: Infinito!”
In questo Avaro, che è “la più grande e tragica opera di Molière”, a detta di Goethe, gli attori affollano un palcoscenico ancor più denso di fantasmi, ombre governate dal potere grottesco di Arpagone, una Mortisia affascinante e ipnotica in una specie di cabaret noir.
«In questa commedia sul denaro, il denaro non c’è. - annotano Marco Martinelli ed Ermanna Montanari – Se ne parla sempre, ma non c’è. Meglio: non si vede. È invisibile, come un dio. È il dio di quella miserabile religione di cui Arpagone è l’officiante. È un fantasma che circola tra gli esseri umani in carne e ossa. È sottoterra, sepolto in giardino. Visibili sono gli esseri umani, anche troppo. Cercano di nascondersi gli uni agli occhi degli altri, ma non ce la fanno. Il privato e il pubblico, il segreto e lo spiattellato, sono inesorabilmente confusi. Non è possibile nessun genere di intimità. In questa commedia, in questa “casetta”, tutti spiano tutti. Arpagone è l’avido, l’avaro, l’ossesso. E gli altri? Da due stagioni portiamo in giro il nostro Avaro per l’Italia. Non abbiamo alterato la traduzione di Cesare Garboli, e i cinque atti ci sembrano scritti ieri. Oggi. »
Il pubblico del Verdi riconoscerà dunque il testo e le battute della fortunata edizione dell’Avaro di Gabriele Lavia, prodotta dalla Fondazione Teatro di Pisa nel 2003, con la medesima versione da Garboli, le scenografie claustrofobiche e sghembe di Carmelo Giammello.
Aspettiamo a Pisa anche l’Avaro del genio napoletano di Arturo Cirillo, prodotta dal Mercadante di Napoli e dallo stabile delle Marche, curiosamente quasi in contemporanea con lo spettacolo di Martinelli.
In tempi di crisi, quando di soldi se ne parla molto e se ne vedono pochi, rivedere L’avaro non serve, ma aiuta.

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