Addio a Saramago, “titano” della letteratura
di Simone Rossi 8 luglio 2010 | Categorie: GeneraleIl Premio Nobel portoghese è scomparso a giugno.
Sono passati diversi giorni da quando José Saramago se ne è andato e non abbiamo certo pretesa di darne notizia. Queste righe hanno la sola velleità di essere il ricordo di uno scrittore immenso che con la sua scomparsa ha lasciato un vuoto incolmabile nel mondo della letteratura contemporanea. Il pubblico del Teatro di Pisa lo aveva ben presente, aldilà della sua fama di romanziere, da quando alcuni anni fa la nostra Stagione di Prosa aveva ospitato un adattamento per il palcoscenico del romanzo Cecità (Ensaio sobre a Cegueira, 1995), uno dei capolavori di colui che nel 1998 è stato il primo e tuttora unico autore portoghese a vincere il Premio Nobel per la Letteratura.
José de Sousa Saramago, scrittore, poeta e critico letterario, nacque ad Azinhaga, in Portogallo, nel 1922. Trasferitosi a Lisbona con la famiglia due anni dopo, trascorse nella capitale gli anni della giovinezza tra le difficoltà economiche che lo costrinsero all’abbandono degli studi tecnici. Trovato un impiego stabile nel campo dell’editoria, scrisse il suo primo romanzo nel 1947, quel Terra del peccato che in seguito ripudiò. Da subito venne considerato un autore scomodo. Fu tenace oppositore del dittatore Salazar, che lo ostacolò nello svolgimento dell’attività giornalistica. Si iscrisse al Partito Comunista portoghese nel ’69, al termine di un periodo in cui si affermò anche come critico letterario. Ateo dichiarato, si ritrovò in aperta polemica con la chiesa cattolica dopo la pubblicazione del romanzo Il Vangelo secondo Gesù Cristo, tanto che la situazione venutasi a creare lo spinse a lasciare il paese per trasferirsi alle Canarie. Mai lontano dal contraddittorio, in epoca più recente ha ricevuto perfino accuse di antisemitismo per l’interpretazione, da lui fermamente disconosciuta, di alcuni suoi commenti sul conflitto israelo-palestinese. Un autore che ha vissuto tra mille controversie, ma che ha trovato il giusto riconoscimento alla sua grandezza con il Nobel del ’98. Il suo stile, più che particolare, è unico. L’uso assolutamente non convenzionale della punteggiatura, i periodi interminabili e intervallati soltanto da virgole, sono il marchio di fabbrica usato per raccontare dalla sua personalissima prospettiva gli eventi che hanno fatto da sfondo alla figura umana con i suoi pregi e i suoi difetti. Harold Bloom lo ha definito “uno degli ultimi titani di un genere letterario in via di estinzione”. Il 18 giugno è morto per una leucemia cronica, ottantasettenne, in quelle isole Canarie che lo avevano accolto molti anni fa. Ultimamente, a breve distanza l’uno dall’altro, sono usciti in Italia i suoi ultimi due romanzi, Il viaggio dell’elefante e Caino, questo ancora sugli scaffali delle novità. Quelli che avrebbe potuto ancora scrivere non potremo che rimpiangerli per sempre.

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