L’atomica teatrale
di Fabiana Campanella 5 maggio 2010 | Categorie: Danza, Eventi, Generale, Prosa
Copenaghen dell’inglese Michael Frayn, presentato al Teatro Era di Pontedera in chiusura di stagione lo scorso 27 aprile, ripercorre l’incontro/scontro, avvenuto nella capitale danese occupata dai nazisti nel 1941, tra i premi Nobel per la fisica Niels Bohr e Werner Heisemberg, un tempo maestro e allievo. Cosa è successo veramente? Di sicuro, dopo quell’incontro, il mondo non è stato più lo stesso. E se quell’incontro fosse andato diversamente? la Germania avrebbe avuto la bomba atomica prima degli Stati Uniti, e forse la bomba di Hiroshima sarebbe esplosa in Europa, a Londra, o a Parigi.
La stagione del Teatro Era prosegue con il festival Fabbrica Europa
Prossimo appuntamento sabato 15 maggio
con la Shen Wei Dance Arts New York
Re – (I,II,III) Tibet – Angkor Wat – The New Silk Road
In un’epoca in cui una nuvola di cenere vulcanica si aggira sull’Europa come lo spettro della natura, mentre si parla di ritorno al nucleare e di cataclismi climatici, muoiono i minatori in West Virginia ed esplode una petroliera in Louisiana, tre personaggi si incontrano a Copenhagen, oggi, nel 1998, nel 1941.
Massimo Populizio, Umberto Orsini e Giuliana Lojodice, tre giganti del teatro italiano per carisma, carriera e capacità, vestono i panni grigi e inamidati rispettivamente di Werner Heisenberg, padre del principio di indeterminazione nella fisica quantistica, Nobel per la Fisica nel 1932, di Niels Bohr, Nobel per la Fisica nel 1922, e della signora Margrethe Bohr.
E’ il primo che bussa alla porta dei due: un campanello che vedremo suonare ben tre volte, ogni volta un tentativo di capire com’è andata, di ricalcolare la realtà, in questo testo che ha debuttato a Broadway nel 1998 con enorme successo, e viaggia in tournée in Italia da 11 anni.
All’epoca del suo debutto a Udine, nel ’99, Copenaghen fu accolto con entusiasmo inedito, al punto che un compassato critico come Franco Cordelli si lanciò sul Corriere della Sera in un partecipato spot: “E’ raro che un cronista di cose teatrali si arrischi a tanto; è raro che dica, senza mezzi termini, andate a vedere questo spettacolo, andatelo a vedere tutti, in specie voi che non andate mai a teatro, voi che lo detestate, o credete di detestarlo”.
Anche chi invece a teatro va tantissimo, e preferisce il teatro meno tradizionale, rimane stupito dalla bravura degli interpreti, dalla tensione etica del testo, dall’enormità e dall’attualità degli interrogativi posti. Il coro di lavagne nere, a far da sfondo al dialogo tra i due scienziati, si imbianca progressivamente di formule e domande, scontrandosi con l’indeterminazione dell’umano.
La storia ci racconta che dopo quell’incontro l’antica amicizia tra i due finì bruscamente, Heisemberg, ebreo tedesco, restò a capo del programma di ricerca del regime nazista sulla bomba atomica, Bohr, ebreo sefardita per parte di madre, sei figli, fuggì in Svezia nel ’43 e poi a Londra, e infine partì per gli Stati Uniti per unirsi al Progetto Manhattan, in cui Enrico Fermi, Robert Oppenheimer, Leo Szilard e altri scienziati profughi europei studiavano il possibile sviluppo militare della fissione nucleare, scoperta in Germania nel 1939. Il progetto finanziato dal governo degli Stati Uniti fu sperimentato con ingenti spese nei laboratori di Los Alamos, nel Nuovo Messico, dove la prima bomba al plutonio fu fatta esplodere nel “Trinity test” il 16 luglio 1945. La prima bomba all’uranio fu sganciata sul centro della città di Hiroshima il 6 agosto 1945. La seconda bomba al plutonio fu sganciata invece su Nagasaki tre giorni dopo. Le 200.000 vittime civili dei due bombardamenti rappresentano uno degli episodi bellici più gravi dell’intera storia dell’umanità.
A Los Alamos Bohr aveva informato i colleghi del segretissimo programma nucleare tedesco, di cui sapeva da Heisemberg, da quell’incontro del’41. “Cosa sei venuto a fare qui?” Gli chiede più volte nello spettacolo, in cui sono gli stessi protagonisti a rievocare i fatti come da lontano, come se i loro fantasmi li raccontassero, alla luce di quanto avvenuto dopo, e a tratti decidessero di inscenarli, per capire meglio. Tre volte, come in un infinito loop di sliding doors, vediamo l’incontro cordiale ma freddo, la passeggiata dopo cena, i saluti improvvisi e bruschi. Una donna osserva e commenta, con la duttilità del suo ruolo: prima padrona di casa diffidente, poi moglie protettiva, poi cavia del circolo simulato ed esilarante di protoni neutroni e fotoni, infine voce di raccordo di un conflitto tra gli uomini e la storia, tra l’ambizione e la responsabilità. “Perché sei venuto quella sera a Copenaghen?” Forse per discolparsi, per deresponsabilizzarsi, per confessare. Nel terzo e ultimo tentativo di ricostruzione, Heisemberg racconta di aver omesso un calcolo, quel calcolo che doveva completare la previsione del pericolo. “E tu non l’hai calcolato?” lo incalza Bohr, strisciando con la sedia dinnanzi a lui, fino a schiaffeggiarlo, con colpi timidi ma rapidi sulle guancie. “E perché?” “Non lo so”. Frayn sposa evidentemente la tesi per cui gli scrupoli morali dello scienziato tedesco, in passato studente ambizioso e insolente, ormai disilluso e terrorizzato dalla sua “amata, devastata, disonorata Patria”, ritardarono la ricerca sulla bomba nucleare tedesca. Soluzione apparentemente semplicistica e consolatoria di un problema di coscienza assai più complesso e sottile, che riguarda i limiti della ricerca scientifica nella sua capacità di produrre armi e morte. Se l’equilibrio dell’individuo è salvo, l’equilibrio della storia è comunque fatalmente compromesso; se il progresso della scienza è libero, è l’indeterminazione della scelta umana a essere pericolosa.
« non è possibile conoscere simultaneamente la velocità e la posizione di una particella con certezza »
Werner Heisenberg, 1927
COPENAGHEN
Produzione CSS Teatro stabile di innovazione, Emilia Romagna Teatro Fondazione.
Autore: Michael Frayn
Regia: Mauro Avogadro
Interpreti:
Umberto Orsini nel ruolo di: Niels Bohr
Massimo Popolizio nel ruolo di:
Giuliana Lojodice nel ruolo di: Margrethe Bohr
Costumi: Gabriele Mayer
Scene: Giacomo Andrico
Luci: Giancarlo Salvatori
Musica: Andrea Liberovici

Le attività della Fondazione Pontedera Teatro continuano all’interno del
Festival Fabbrica Europa di Firenze
PROSSIMO APPUNTAMENTO AL TEATRO ERA
sabato 15 maggio alle ore 21
RE – (I,II,III) Tibet, Angkor Wat, The New Silk Road
di Shen Wei Dance Arts New York
Viaggio tra il Tibet, la Cambogia e la Cina antica e moderna del quarantenne coreografo cinese star della danza contemporanea a New York, dove ha sede la sua compagnia.
RE – (I,II,III) è il suo spettacolo cult, a metà tra il misticismo e la contemplazione della sua antica terra, e la frenesia individualistica dell’occidente.
Tag: Copenaghen, Michael Frayn, Shen Wei, Teatro Era, Werner Heisemberg


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