TEATRO SOTTERRANEO: L’UMANITA’ ALL’ASTA
di Fabiana Campanella 13 settembre 2009 | Categorie: Eventi, Generale, Prosa
Cosa sarebbe successo se Adolf Hitler fosse morto da bambino? Se gli Incas avessero conquistato la Spagna e il Portogallo? Se l’11 settembre fosse stato il 12? Il gioco del “what if” innesca un processo di sviluppo esponenziale del recupero della storia e dei modi per cambiarla.
VISTI PER VOI:
TEATRO SOTTERRANEO
Dies irae
5 episodi intorno alla fine della specie
Al b.motion festival theatreweek di Bassano del Grappa il 5 settembre 2009
Uno stratagemma geniale da proporre al pubblico per indurlo all’interazione: far accendere i cellulari per partecipare al gioco radiofonico tra il palco e la platea, mentre i due deejay in scena alternano la lettura dei messaggi alle versioni dall’Alleluja di Leonard Cohen, filo conduttore di tutto lo spettacolo. Come nel requiem che accompagna i condannati, intorno all’Alleluja vediamo tutto quello che c’è, e non ci sarà più. Il tono è lieve e ironico, ma l’apparenza informale e rapida racconta con ferocia l’autodistruzione della specie umana. I 5 episodi spiazzanti e diversissimi scorrono inesorabili sotto il timer rosso che segna l’ora esatta e il countdown, a partire da 60 minuti.
Prologo. L’attore chiede al pubblico cosa dovrebbe fare. Lo fa. Lo fa? Primo episodio. Finalmente un po’ di sangue! Making of di tafferugli e violenze delittuose tra 4 personaggi in tuta bianca su fondo bianco. Si picchiano e accoltellano quasi senza toccarsi, se il gesto non è credibile lo ripetono, le loro bombolette spruzzano rosso sangue, il telo alla fine sembra un art work di Pollock. Secondo. Gioco del “what if”. Irresistibile la sottile trasgressione di mandare sms a teatro, su invito degli attori. Siamo noi a dover scegliere se il bambino Adolf deve morire. Per alzata di mano. Terzo. Pictures of you. Con frenesia da turisti d’assalto, armati di macchinette usa e getta con flash, i quattro fotografano e si fotografano in ogni parte, atteggiamento, cosa, luce, buio, ginocchio, vittoria, pianto, abbraccio, reazione cutanea. Tra gli episodi c’è sempre qualcuno che ricapitola i fatti precedentemente accaduti, con fare oggettivo e puntuale, mentre gli altri prelevano gli oggetti di scena con sacchetti trasparenti. Prove a carico della fine della specie. Quarto. L’asta delle meraviglie del mondo. Con banditore inglese e brillante traduttore italiano, la piramide di Cheope e la muraglia cinese, il tempio di Efeso e Machu Picchu, il Taj Mahal e le Twin Towers, tutte all’incanto con prezzo di partenza. Da vendere a chi offre di meno. Restano polvere e cenere, se nessuno alza la voce. Perso il conto degli episodi, mancano 5 minuti e 60 secondi, stai solo pensando che potevi salvare il Colosseo.
In ogni momento dello spettacolo, ridendo dello stesso sorriso degli attori, lo spettatore è pervaso dall’inquietudine, assalito dalle domande, stimolato a formularne altre. Il meccanismo intimidatorio è subdolo e cordiale come la pubblicità, e la bravura del collettivo fiorentino sta proprio nel riproporre dei format d’intrattenimento instillando la possibilità dello slittamento, della libera scelta, della responsabilità. Un passaggio necessario verso un teatro che usa tutti gli strumenti della comunicazione per ricostruire un immaginario comune in superficie e suggerire un varco oltre questa realtà bidimensionale. Frutto del lavoro di accumulo e sedimentazione dei 5 componenti del Teatro Sotterraneo, che usano una modalità di creazione collettiva e non si vergognano a chiamare il loro lavoro “un prodotto”, il Dies Irae si insinua nel mercato teatrale italiano come una scheggia pericolosissima iniettata di senso critico. Il passato e il futuro restano schiacciati nei 60 minuti, è il pubblico che decide la fine della specie.
Fabiana Campanella
Tag: B.motion festival, Dies Irae, Jeff Buckley, Teatro Sotterraneo, Teatro Sotterraneo Dies Irae

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