L’ALBERGO DIFFUSO DEL TEATRO
di Fabiana Campanella 7 agosto 2009 | Categorie: Eventi, Generale, ProsaNei giorni caldi delle transumanze turistiche, il teatro in Toscana offre nuovi sguardi sulla natura e sull’uomo. Dal Teatro Povero di Monticchiello al carcere di Volterra, passando per la calda ospitalità di Radicondoli fino al sequestro di massa nelle cave di Carrara per lo spettacolo della Fura dels Baus.
È l’anno della crisi e le vacanze si fanno vicino casa o dai nonni. Monticchiello, vicino Pienza, è uno di quei paesi fantasma a rischio spopolamento, al centro di una battaglia civile e culturale del suo illustre cittadino, l’italianista Alberto Asor Rosa, che ha denunciato i tentativi di abuso edilizio nel mezzo della Val d’Orcia, al centro del panorama che si può godere dal suo paesino di 300 anime. Dal 1967, ogni estate, gli abitanti di Monticchiello elaborano un frammento di vita propria e del proprio tempo e lo traducono in un’autodramma, secondo l’autorevole definizione di Giorgio Strelher. La sublimazione collettiva tracima la dimensione locale e diventa teatro, richiamando l’attenzione di un pubblico sempre più numeroso ed entusiasta di assistere a un rito popolare che sfugge a ogni definizione di categoria teatrale (e ad ogni tipologia di finanziamento, apprendiamo).
Il decano della compagnia del Teatro Povero è ancora sulla scena montata in piazza: è il nonno di una famiglia numerosa che si trova a fare i conti della spesa, delle bollette, dei fallimenti; è l’unico a cui spettino le attenzioni di una (vera) badante russa, che gli lima le unghie e lo sbarba affettuosamente, mentre lui sottolinea l’azione col suo sguardo ora sornione ora spaventato. In Duemilanove, il testo elaborato quest’anno, la soluzione alla crisi arriva come un’invasione di ultracorpi, brutti ceffi vestiti di nero che pubblicizzano la rivoluzionaria stufa a pellet nucleare, disponibile in vari colori, che tutti sono chiamati ad acquistare per rilanciare l’economia nazionale. Con che soldi non si sa, ma il senso della costrizione ben si palesa nel terrore che i cittadini della recita, e del paese, hanno di trasgredire. I tentativi di ribellione, o di fuga, trovano spazio nel cielo squarciato e mal ricucito di una poetica proiezione video, un Voyage dans la Lune al contrario, dove i sogni sono in vendita e non più proiettati lontano nel futuro, e il potere paralizza gli uomini con la paura mascherata dal piacere.

A Volterra, in carcere, il senso di costrizione per lo spettatore è decisamente più concreto. Si prenota un mese prima inviando i dati anagrafici, si aspetta il controllo dei documenti, si lasciano tutti i propri effetti personali in custodia, si passa per il metal detector, e solo alla fine del percorso nella Fortezza si respira la libertà condizionata nell’assolato cortile rinchiuso dalle sbarre. La battaglia non violenta di Armando Punzo per impiantare un teatro stabile all’interno della casa penale è quasi vinta, tra mille permessi e con la collaborazione generosa delle guardie carcerarie.
Già dall’anno scorso, anno del ventennale del festival Volterrateatro, spazi normalmente inaccessibili all’interno del carcere sono aperti per mostre, incontri, presentazioni. La direzione del festival ha accuratamente predisposto il tempo dello spettatore-viandante per accoglierlo stuzzicarlo stimolarlo interrogarlo per un pomeriggio intero, mentre il documento di identità è depositato fuori in una casella con un numero che portiamo spillato addosso.
Il gioco del capovolgimento dei ruoli è già dichiarato, ma la rivelazione di trovarsi in una favola a metà tra l’Amleto di Shakespeare e l’Alice di Lewis Carrol giunge come una visione bellissima, sudata e sorprendente quando accorre il bianconiglio con i tacchi alti di zeppa gli occhi azzurri e il cappello: “è tardi! è tardi!” urla col suo accento napoletano balzando in cima all’ultimo dei 6 grandi banchi di legno al centro del cortile, dove le schiene al sole dei suoi compagni sono chine a trascrivere spennellando su enormi fogli bianchi le parole del Bardo.
Lo seguiamo nella sua tana, trapassando dalle sbarre alle celle: il labirinto di Alice è tappezzato completamente di parole e poesia, con gli stessi manifesti bianchi che preparavano fuori. Nel corridoio che unisce i diversi ambienti di un vero presepe vivente e mai così laico, alcune figure strisciano lungo i muri con le parole di carta dei loro vestiti, per portare in giro i loro occhi voraci di sguardi mentre tutto il resto si mimetizza nello sfondo di un capogiro. Dal bianco e dal nero delle parole dipinte vengono fuori le figure grottesche e coloratissime degli attori-detenuti, che parlano di un teatro ormai ritorto su se stesso “credi davvero che qualcuno si ammazzerebbe per le luci della mia vita?” “Questo spettacolo può raccontare la mia vita di condannato? noi qui non facciamo letteratura, noi SIAMO letteratura. Le vostre storielle andate a leggerle a casa”. 
La follia di Amleto, la disperazione compiacente di una corpulenta regina con un cuore dipinto dalla pancia al petto, lo splendore fucsia di un’Ofelia nera, che impazza come in una sfilata declamando il suo “vivere è uscire, morire è rientrare”, si insinuano nelle celle di una vera installazione apparecchiata per spettatori in cerca di meraviglie. Il senso di disorientamento si moltiplica quando da più parti arrivano le voci di uno spettacolo da vedere, e il pubblico si accalca in una o nell’altra cella: ognuno fa il suo percorso, molti rimangono ingabbiati in un solo spazio, tutti sono pervasi dalla frustrazione di non poter cogliere tutto, di non capire la complessità delle storie che hanno di fronte. Sappiamo che chi è in carcere non dice la verità, eppure affidiamo a loro la credibilità di raccontarci quello che succede.“Saggio sulla fine di una civiltà”, esplicito sottotitolo di questa Alice, ci lascia prigionieri di un teatro finito, mentre i prigionieri – quelli veri – tornano in cortile e si dispongono in gran parata con i loro costumi meravigliosi. Restiamo ad applaudirli chiusi – noi – dietro le sbarre, smarriti, incerti, come davanti a un’epifania di cui non volevamo prendere coscienza.
Gli spazi aperti della campagna toscana si avviluppano intorno a mille gabbie. A Radicondoli (Siena) ci avviciniamo con curiosità zoologica per incontrare una ex scimmia: “Eccellenti signori dell’accademia! Voi mi fate l’onore di chiedermi per la vostra accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia. In questo senso purtroppo non posso adempiere all’invito. Quasi cinque anni mi dividono dalla condizione di scimmia, un tempo forse breve se misurato sul calendario, ma infinitamente lungo da attraversare al galoppo come ho fatto io, a tratti accompagnato da uomini eccellenti, da consigli, consensi e musica d’orchestra, eppure fondamentalmente solo, perché tutto l’accompagnamento si manteneva, per rimanere nell’immagine, lontano dalla barriera.” Un processo evolutivo rapidissimo, se paragonato ai 6 milioni di anni che secondo Darwin ci separano dal progenitore che abbiamo in comune con le scimmie. La gabbia stretta da cui sceglie di non fuggire questa scimmia è a bordo di una nave, dopo due proiettili e la cattura nella foresta: sentiva che avrebbe dovuto trovare una via d’uscita per sopravvivere, ma sapeva che non l’avrebbe raggiunta con una fuga, troppo pericolosa, sicuramente verso una gabbia solamente più grande. Il signor Rotpeter è una scimmia addomesticata assurta al grado di istruzione medio di un europeo, artista di varietà dalla voce cupa e catarrosa, indossa un frac nero che scopre solo le mani contratte sulle nocche delle dita. Concede pochi gesti alla sua vita precedente, a un tratto si appende per un braccio con le ginocchia raccolte, mentre racconta come ha imparato a sputare, fumare, bere la grappa, per essere uomo. L’eccellente prova dell’attore portoghese Amândìo Pinheiro raccoglie la provocazione del racconto di Kafka in questo monologo di impressionante umorismo e crudeltà, che relega alla tensione del corpo il dramma di una vita finita nello squallore dell’umano, nell’impossibilità di scegliere la libertà.
Stupefacente come la storia appena raccontata il modo in cui l’ascoltano a bocca spalancata i bambini del pubblico: la scelta coraggiosa del festival di aprire l’estate di Radicondoli alle favole e alle rivelazioni, senza precludere ai più giovani il piacere della scoperta, vivifica il sogno e i progetti del compianto critico Nico Garrone, scomparso a febbraio, animatore e pungolo per 12 anni di un festival che impone il respiro della riflessione, affacciati sui crinali delle colline di Toscana.
A interrompere la poesia di un itinerante processo di crescita, di cittadini e di uomini, una dilatazione temporale mal impiegata, per un errore/orrore occorso ai danni del pubblico pagante in quel di Carrara, domenica scorsa, per le smanie di amministratori locali in cerca di visibilità che ancora credono nell’offerta culturale purché sia. I presupposti per un evento imperdibile c’erano tutti: la componente più circense della compagnia catalana Fura dels Baus in uno show dedicato ai marmi lunari nell’alto piazzale delle cave di Carrara.
Offensivo. Come cavalcare la suggestione della luna per traghettare 3000 persone con 3 pullman da 50 posti dopo quasi 3 ore di attesa in cima a uno spiazzo polveroso dove una ventina di performer agitano le braccia appesi alle gru. Coreografia inesistente, colonna sonora tecno insopportabile, sottoimpiegato lo spazio circostante – ancor più grave se pensiamo che era uno spettacolo site specific. Gli unici momenti emozionanti sono alcuni quadri acrobatici perfettamente eseguiti, ma al circo con la puzza di elefante sarebbero stati più godibili. Pessima l’organizzazione: nessuno ha pensato che dovendo aspettare così tanto qualcuno avrebbe avuto bisogno di mangiare o fare pipì. Nell’attesa infinita, mentre 463 persone formavano un’altra coda per il rimborso del biglietto, mi sono chiesta che senso avesse portare il teatro a un tale livello di disagio. Forse era un progetto politico di deportazione di massa di sensibilità culturali: una volta sulle cave ci avrebbero lasciati morire là. Eppure abbiamo resistito, e qualcuno ha anche portato a casa il (bel?) ricordo di un evento irripetibile, dopo altrettante ore di attesa per tornare giù. Difficile a credersi se non vissuto direttamente. Tremila persone ingannate dai luccichii della bellezza, quella finta, quella commerciale. C’è ancora molto lavoro da fare, in Toscana e nel nostro Paese, per discernere tra la cultura politica, e la politica culturale.
Fabiana Campanella
Teatro Povero di Monticchiello
“duemilaNOve”
regia di Andrea Cresti
http://www.teatropovero.it
Volterrateatro
Compagnia della Fortezza
Alice nel Paese delle Meraviglie – Saggio sulla fine di una civiltà
Presentazione della prima fase del lavoro
regia di Armando Punzo
con i detenuti attori della Compagnia della Fortezza
http://www.volterrateatro.it/
Estate a Radicondoli
Radicondoli Arte / Egum Teatro / Companhia CAUSA.AC
CONFESSIONI DI UNA VITA FINITA
Da “”Una relazione per un’accademia” di Franz Kafka
con Amândìo Pinheiro
regia Annalisa Bianco e Virginio Liberti
http://www.radicondoliarte.org/
Lunatica Festival
La Fura dels Baus
Extollunt Marmora Lunam
Carrara, Cave di Fantiscritti
http://www.lunaticafestival.com/
* L’albergo diffuso è una nuova tipologia di proposta turistica, nata negli anni ‘80 in Carnia per recuperare e ripopolare case e borghi ristrutturati all’indomani del terremoto. Gli ospiti alloggiano in case e camere che distano non più di 200 mt dal cuore dell’albergo diffuso, dove si trovano tutti i servizi alberghieri, la reception, l’assistenza, l’area ristoro. L’albergo diffuso è anche un modello di sviluppo del territorio che non crea impatto ambientale: non è necessario costruire niente, dato che ci si limita a recuperare/ristrutturare e a mettere in rete quello che esiste già. Inoltre un AD funge da “presidio sociale” e anima i centri storici stimolando iniziative e coinvolgendo i produttori locali considerati come componente chiave dell’offerta.
Tag: albergo diffuso, Alice, Armando Punzo, Carrara, Compagnia della Fortezza, Egumteatro, Fura dels Baus, Kafka, Lunatica festival, Monticchiello, Radicondoli, Teatro povero, Volterra teatro






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