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Passione sacra e popolo: il maggio di Buti a Pisa in un suggestivo epico appuntamento

di Yorick 6 aprile 2009 | Categorie: Generale

PISA. Secondo appuntamento con “Passione di Primavera”, la tranche della rassegna Conflitti dedicata al sacro e inaugurata due domeniche fa dai Sacchi di Sabbia/Teatro Sant’Andrea con la “Passione di Clermont-Ferrant”.

Ora è la volta di una compagnia storica del territorio pisano, la Compagnia del Maggio “Pietro Frediani” di Buti, con il suo “Maggio della Passione di Gesù Cristo”: martedì 7 aprile, alle ore 21, nella Chiesa dei Cavalieri di Santo Stefano.

Frutto dell’ormai pluridecennale lavoro di ricerca sulla tradizione del Maggio e sull’arte del recitar cantando, sviluppato dal Teatro di Buti insieme con la Compagnia del Maggio “Pietro Frediani”, questa Passione si avvale del testo di Enzo Pardini (con traduzione in versi) e della drammaturgia e regia di Paolo Billi Dario Marconcini. I costumi sono di Leontina Collaceto.

Un appuntamento che ha una carica poetica di notevole intensità: se infatti ai giorni nostri siamo ormai abituati, a cominciare dal cinema, a vedere la Passione rappresentata con eccessi di drammaticità, e spesso di truculenza, la Passione di Buti, aiutata in questo anche dal tipo di canto, va invece in una direzione opposta: al posto del dramma la tragedia, al posto della prosa la poesia, al posto di una narrazione iconografica di maniera un racconto dove il primitivo e “il rozzo” hanno una notevole valenza archetipa.

La leggenda cristiana, qui, è infatti raccontata in forma epica, le emozioni trattenute dal gesto e dalla metrica del canto, quasi in una forma di distacco che ci riporta a quel mito nella sua originale purezza, a quella conoscenza primordiale a cui dobbiamo in così il destino di tutti noi uomini con l’appuntamento inevitabile.

“Qui non si tratta di un fatto folclorico di un piccolo paese dei monti toscani, ma di una esperienza quasi mistica con la quale il paese ha voluto misurarsi e ha cercato di mondarsi. In qualche modo ricongiungerci se vogliamo avere nozione di ciò che si è . E’ questo il senso alto della tradizione, una tradizione che si lega alla memoria cristiana del dna di ciascuno,che un gruppo di laici ha voluto percorrere fino in fondo e con la quale si è interrogato sull’archetipo da cui ha origine molta della nostra forma culturale e religiosa. Ogni scena va vista in questa ottica; bisogna dimenticare l’approccio di tenerezza o d’amore che la vicenda o le persone che l’agiscono possono suscitare, ma andare un po’ più a fondo dove ogni gesto o canto diventa segno e va al di là di quel che appare”.

Ecco che così dall’annunciazione fino all’andata al Calvario, i Maggianti di Buti ripercorrono questo mistero e lo rivelano di nuovo a noi spettatori fino all’ultimo tratto quando il corpo di questo povero uomo che porta lo stauros diviene esso stesso croce vivente, segno della croce.

 

 

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