Dallo scaffale di Fare Teatro uno spettacolo emozionante e commovente al Teatro Verdi: la memoria è un viaggio
di Info 25 marzo 2009 | Categorie: GeneraleQual è, in fondo, l’elemento che più connota la tragica essenza del lager? Cos’è che lo rende così indicibile, che lo trasporta senza alcuna soluzione di continuità nell’orbita del tabù, dell’inaccettabile? Una risposta a questi interrogativi la si può dedurre dalla rappresentazione di Nach Auschwitz. Studio da L’Istruttoria di Peter Weiss del laboratorio “Fare Teatro”. La scelta sapiente delle fonti, di alcuni specifici passaggi, oltre a rendere una filologica giustizia al difficile testo di Weiss, ha espresso un punto di vista allucinato, quasi “tecnico” sulle dinamiche del campo di sterminio. Ciò che rende il lager tale è la riduzione della vita umana a “cosa”, elemento misurabile e quantificabile, per la quale si mobilitano non più categorie del sentimento, bensì semplici operazioni aritmetiche, di mero calcolo.
Questo è il lager: calcolo. Misurare la morte in numeri, sottraendo identità e quindi la scintilla stessa del diritto. E così, la lettura e la libera riformulazione de L’Istruttoria attraversa le diverse tappe di questa paradossale misurazione, attraverso l’eco lontana, eppure vicinissima, delle voci dei testimoni, dei complici e dei carnefici, delle vittime e degli inconsapevoli, colpevoli a loro volta della loro complice spensieratezza. Ci sono tutti: i piccoli aguzzini del campo, i militari che si trincerano dietro la necessità assoluta di obbedire a un ordine, le vittime degli esperimenti “medici”, i torturati. Ci sono anche quelli che ricostruiscono l’ingresso alle docce, mentre lo sfondo della sala si illumina con la sagoma opalescente dei contenitori di Zyklon-b. La sfida condotta dai ragazzi di “Fare Teatro” è stata senz’altro di difficile risoluzione. Riuscire a comunicare al pubblico con la propria giovanissima età l’irreversibile tragedia di un popolo che pure riflette un abisso riguardante l’umanità stessa, non era un’operazione banale.
Rappresentare il dolore? Mascherarlo con l’artificio mimetico? Abbandonarsi al pathos vischioso del commento alla tragedia? Tutte tentazioni plausibili quando ci si confronta con l’Olocausto. Eppure i giovanissimi protagonisti di Nach Auschwitz sono riusciti a comunicare un senso ulteriore, a prestare la propria voce alle voci provenienti da quella oscura e necessaria memoria di morte che riguarda da vicino la nostra storia, il nostro recente passato.
dall’ultimo numero di “Pisa notizie” – www.pisanotizie.it

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