waiting for Servillo
di Fabiana Campanella 20 febbraio 2008 | Categorie: Generale, STAGIONE 2007/08
Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, il contributo di una nostra lettrice che ha avuto la fortuna di assistere lo scorso ottobre alle blindatissime prove della Trilogia della Villeggiatura, per la regia di Toni Servillo, in programma al Verdi di Pisa il 26-27-28 febbraio prossimi
Aspettando Goldoni
dal Teatro di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), 12 ottobre 2007
di Paola Ponticelli
Siamo poco più di una trentina alle prove della Trilogia della villeggiatura di Goldoni, che Servillo e i Teatri Uniti hanno deciso di aprire per quattro giorni al pubblico nella cornice del Prologo del Teatro Festival Italia.
Toni Servillo ci dà il benvenuto e, scusandosi, ci ammonisce contro l’inevitabile noia, perché, a suo dire, assisteremo alla ripetizione continua e monotona di poche sequenze che non provano da una ventina di giorni. Eppure, come non manca di rimarcare lui stesso, in nostro onore gli attori hanno indossato gli abiti di scena…
Noia? Le prove ci fanno entrare direttamente nell’officina del regista e ci offrono un’analisi e una chiave interpretativa formidabili, che rivelano la rilettura goldoniana di Servillo, la sua personale rivisitazione del testo, la sua interpretazione della commedia e dei personaggi.
Sistemati in gruppi di cinque nei palchetti del primo ordine del Teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere, minuscolo gioiello ottocentesco recuperato definitivamente nel 2004, spiamo Servillo al lavoro. Scrupoloso, attentissimo, osserva il palcoscenico da più punti di vista: siede in platea alla sua postazione di regia, cambia posto, si alza, indietreggia, va in fondo alla sala, si sposta su un lato, poi sull’altro, sale anche lui sul proscenio. Possiede un controllo perfetto della scena, governando con la stessa precisione i vari piani e intervenendo anche su personaggi, movimenti e dettagli fuori fuoco. Con gli attori è cordiale e affettuoso: a ogni stop, dispensa loro incoraggiamenti e lodi (“Bene! Brava Anna! Andrea, sei stato perfetto!”), ma subito dopo ne corregge l’interpretazione e propone la propria, che ogni volta risulta esatta, impeccabile, in qualsiasi ruolo, uomo, donna (sorprendente!), giovane o vecchio.
Di pausa in pausa, abbiamo il privilegio di veder nascere, e via via prendere una forma sempre più compiuta, le scene che chiudono il II atto delle Avventure, la commedia centrale, e precedono la scena del boschetto, punto di svolta, snodo dell’intera trilogia, collocato all’inizio del III atto.
Davanti a noi, sul palco, la terrazza della casa di villeggiatura di Giacinta, la protagonista (interpretata dalla giovane Anna Della Rosa, che ha già calcato le scene diretta da Alessandro Haber e Peter Stein). Qui a poco a poco convergono alla spicciolata per uno dei consueti banchetti mondani, preceduti da una mattinata di chiacchiere e di gioco a carte, praticamente tutti i personaggi della Trilogia, in una scena corale che vedrà schierati sul palco ben tredici personaggi.
Per Servillo si tratta di un passaggio decisivo, nel quale tutta l’allegra spensieratezza della villeggiatura e degli eccitati preparativi che l’hanno preceduta, nelle Smanie, trova il suo ultimo e più sfrenato momento di rappresentazione, il suo acme, che deve marcare netta la cesura, il cambio di tono, rispetto alla malinconia, all’infelicità e alle rinunce che segnano l’epilogo della vicenda nel Ritorno. Nella successiva scena del boschetto si decideranno le sorti sfortunate dei personaggi: Giacinta, già promessa, a Leonardo (Andrea Renzi), confessa a Guglielmo (Tommaso Ragno), che la corteggia, di amarlo ma, contemporaneamente, gli dichiara di voler rinunciare per sempre a lui. Per suggellare il sacrificio del suo amore al dovere di sposa, ne combina le nozze con la futura cognata, Vittoria (Eva Cambiale).
Ma a questo punto nulla di tutto questo è ancora successo. Nella scena presente Servillo vuole che regni un’atmosfera di leggera ilarità, non ancora intaccata da dubbi, rimorsi e sensi di colpa. Quali gli ingredienti della sua messa in scena?
Innanzitutto, un eccitante gioco di seduzione, fatto di sguardi, ammiccamenti, allusioni. Nelle sue battute Giacinta non deve tradire alcun’ombra di tormento interiore, piuttosto femminile autocompiacimento per essere l’oggetto del desiderio di due giovani aitanti e al centro delle chiacchiere invidiose di tutte le altre donne. Muovendosi da un capo all’altro della terrazza per fare gli onori di casa, le capita ora di incrociare Guglielmo, ora Leonardo, finché per qualche istante i tre non si trovano l’uno accanto all’altro nel bel mezzo della scena, la donna al centro contesa dai due spasimanti, offrendo una sintetica e lapidaria rappresentazione del loro triangolo amoroso.
Per il resto, un clima assolutamente frivolo, affidato ai futili pettegolezzi e alla eterna rivalità muliebre. Così Costanza e Rosina non interrompono un solo istante il loro chiacchiericcio di sottofondo e, non viste, dalla loro postazione laterale, seguono con avido interesse i movimenti di tutti, mentre le due cognate antagoniste si affrontano in un continuo confronto-scontro, che ha una delle sue espressioni più felici ed emblematiche nella lunga occhiata in tralice con cui Vittoria al suo arrivo, attraversando la terrazza, radiografa l’abito di Giacinta.
A condire il tutto, infine, un ritmo accelerato e un grande dinamismo. La gustosa trovata dell’ingresso della zia Sabina e di Ferdinando, la vecchia ereditiera e il parassita adulatore, sposta il baricentro dell’azione e introduce dei gesti che attraversano diagonalmente la scena: annunciati («Oh, la vecchia!») da Tognino, lo sciocco, appoggiato in disparte alla parete di destra, cui fanno eco immediatamente Costanza e Rosina («La vecchia! Col suo amorino!»), i due irrompono dal lato opposto, dall’alto, scendendo le scale poste sulla sinistra del palco.

Alla fine, quando lasciamo il teatro Garibaldi, ci rendiamo conto che le due ore e mezzo di prove a noi concesse hanno interessato solo pochi passi della commedia e corrisponderanno a una manciata di minuti di rappresentazione. La sensazione dominante è di aver partecipato a una specie di lettura d’autore, che, anche se esercitata su un singolo passo, ci ha fornito le chiavi più giuste per leggere e godere lo spettacolo nella sua interezza. A parte un piccolo dettaglio, che ci sarà svelato solo in scena: come sarà dal vivo Ferdinando, il personaggio riservato da Servillo a sé stesso…

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