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L’ipocrisia che non muore

di Simone Rossi 5 febbraio 2008 | Categorie: Generale, Prosa, STAGIONE 2007/08

Carlo Cecchi nel Tartufo di Molière, a Pisa l’8, 9 e 10 febbraio

tartufo.jpgUn testo teatrale non è eterno solo perché attraversa i palcoscenici di tutte le epoche. La vera immortalità è di un’opera quando questa può vantare di essere costantemente attuale. Quando si rivede nella società del presente, di qualunque presente si tratti. E quando un testo d’autore racconta qualcosa che di per sé non morirà mai, a meno che non scompaia anche il genere umano, il testo stesso si avvia più facilmente sulla strada dell’eternità.

Tartufo racconta l’ipocrisia. Una delle commedie più riproposte di Molière, è considerata la satira più spietata mai scritta sull’impostura e la doppiezza. All’epoca della sua stesura colpì a fondo, tanto che il buon Molière, che la ultimò nel 1664, dovette attendere cinque anni per poterla mettere in scena a causa delle forti reazioni suscitate. Con Tartufo l’autore intendeva colpire la falsità e il fanatico moralismo esibito da molti personaggi importanti nell’ambiente di corte. Ecco come si difendeva dalle polemiche, presentando il suo lavoro al re Luigi XIV nel 1667: “Ho pensato, Sire, che avrei reso un non piccolo servigio a tutte le persone oneste del Regno, facendo una commedia che screditasse gli ipocriti, e mettesse per bene in evidenza tutte le smorfie affettate di questa gente dabbene ad oltranze, tutte le evidenti furfanterie di questi fabbricatori di falsa devozione”. Molière ce l’aveva coi falsi devoti. Quelli che, allo scopo di proteggere la religione e il buon costume, si riunivano in congregazioni tra cui la più celebre era la “Compagnia del Santissimo Sacramento”, la quale se la prese non poco all’esordio della commedia. La rappresentazione fu vietata fino al 1669, quando debuttò in una sala del Palais Royal di Parigi gremita in ogni angolo, con il titolo Le Tartuffe o l’imposteur. In francese antico, oltre al più famoso tubero, con tartuffe s’intendeva una persona disonesta. Disonesta come il Tartufo del testo, un uomo che mira a raggiungere i suoi scopi attraverso l’ipocrisia. Ospite della famiglia del benestante Orgon, Tartufo conquista la fiducia dell’ingenuo padrone di casa mostrandosi umile, devoto e di altà moralità. L’esatto contrario di ciò che è veramente, non un uomo pio, ma un arrivista intenzionato a portar via moglie e ricchezze a chi lo ospita in casa sua. Nella Lettre sur la comédie de l’Imposteur, Molière stesso lo definiva come uno che “avendo pochi mezzi e molta ambizione, senza alcuno dei doni necessari per soddisfarla onestamente, risoluto tuttavia a saziarla a qualunque prezzo, sceglie la via dell’ipocrisia.”

Il nuovo Tartufo è una produzione del Teatro Stabile delle Marche e del Mercadante Teatro Stabile di Napoli, regia di Carlo Cecchi sulla traduzione dello scrittore cecchi.jpgviareggino Cesare Garboli, scomparso nel 2004. Un cast di gran valore divide la scena con l’attore-regista che si è riservato il ruolo del capofamiglia Orgon, ammaliato dalle false apparenze del suo scaltro ospite interpretato da Valerio Binasco. Cecchi parla così di questo primo incontro con il capolavoro molièriano, a più di trent’anni dalla sua messa in scena de Il borghese gentiluomo: “Chi è Tartufo lo decidano gli spettatori. Noi, così com’è implicito nella traduzione di Garboli, oltre che nei suoi numerosissimi scritti su Tartufo, abbiamo cercato di mantenere, alla commedia e al personaggio, la loro sostanziale ambiguità; superando il cliché dell’ipocrisia e vedendo il personaggio di Tartufo anche “in positivo”: un servo che usa l’intelligenza e gli strumenti della politica per fare carriera e diventare, da servo, padrone.”

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