Eunuchi, odalische, un bey e un pappatacio.
di Federico 13 ottobre 2007 | Categorie: GeneraleIl 13 Ottobre alle 20.30 ed il 14 alle 16.00 il palco del Teatro Verdi si riempie di eunuchi ed odalische per “L’Italiana in Algeri” di Gioacchino Rossini, con la regia di Toni Servillo ripresa da Marinella Anaclerio e la direzione d’orchestra di Alessandro Pinzauti.
“La perfezione del genere buffo”, così Stendhal definiva “L’Italiana in Algeri”.
Poco buffa, però, era stata la sorte di Antonietta Frappoli, una vivace signora milanese che, nel 1805, era stata rapita dai corsari e portata in dono al bey di Algeri Mustafà Ibn-Ibrahim.
Il ventunenne Gioacchino Rossini, trovandosi a dover scrivere un’opera in soli diciotto giorni, era rimasto affascinato da quella storia un po’ come i ventunenni di oggi rimangono affascinati dai “Pirati dei Caraibi” e perciò decise di comporre una storia che, per i continui accadimenti, i personaggi improbabili e la trama convoluta, non ha niente da invidiare al kolossal hollywoodiano con Keira Knightley (sì, vabbè, pure con Johnny Depp…).
Perciò, prendo fiato e passo a illustrare la storia.
Mustafà, bey di Algeri, non è proprio un grande amatore. Forse è la stanchezza di chi, dalla pubertà, ha avuto a disposizione un harem.
Elvira, una delle sue mogli algerine dal nome poco algerino, si lamenta della freddezza del marito con la confidente Zulma, il cui nome invece ricorda la divinità mesopotamica nel frigo di “Ghostbusters”.
Condotta di fronte al consorte dal capo dei pirati Haly (questi nomi mi piacciono sempre di più) Elvira confessa la sua insoddisfazione.
Il bey, lungi dal rimediare rivolgendosi a un consulente matrimoniale o a un sessuologo, ripudia Elvira e decide di darla in sposa al suo servo italiano, fatto schiavo mentre portava in giro per il Mediterraneo un vascello colmo di cioccolatini, Lindoro.
Ma Lindoro ed Elvira non si vogliono sposare, giacchè Lindoro è innamorato di una fanciulla italiana chiamata Isabella.
Fine della prima scena, inizio della seconda.
Isabella, una vivace fanciulla che si dichiara esperta nelle arti della seduzione, è partita alla ricerca del fidanzato disperso Lindoro su di un vascello che, nottetempo, è naufragato sulle coste di Boh (in provincia di Algeri).
Con la sola compagnia dello spasimante Taddeo (l’altro spasimante, Bugs Bunny, è morto durante il naufragio) Isabella si dispera e si lagna finchè non la sentono i pirati e la abbordano.
Il pirata Haly, stupefatto dalla strabiliante bellezza dell’italiana, decide di portarla al bey quale dono per l’harem nella speranza che le doti amatorie italiane possano risollevare il Mustafà.
Infatti, come canta il signore di Algeri, “tu mi dovresti trovare un’italiana. Ho una gran voglia d’aver una di quelle signorine che dan martello a tanti cicisbei”.
Seguono, in ordine sparso: cori di odalische ed eunuchi, Taddeo travestito da zio di Isabella che deve fare da “reggicandela” all’appuntamento galante tra lei e il sultano, lezioni di seduzione all’orientale, Lindoro travestito da Pappatacio e la morale finale che “una donna, con le sue arti di seduzione, può ingannare chiunque” ovvero “che ne tira (CENSURA REDAZIONALE)”.
La regia di Toni Servillo, concepita per il Festival d’Arte Lirica di Aix-En-Provence, è ripresa da Marinella Anaclerio.
La direzione d’orchestra è di Alessandro Pinzauti.
L’Orchestra è l’Orchestra della Toscana, e pure il Coro Lirico diretto da Marco Bargagna.
I costumi sono di Ortensia Di Francesco e le scene di Daniela Dal Cin.
Che cosa siano un bey o un pappatacio, non ci è dato di sapere.

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