DALL’ALTRA PARTE DEL MARE
di Federico 8 febbraio 2007 | Categorie: Generale, MusicaGian Maria Testa in concerto – il 1° febbraio a Teatro Verdi
Stai camminando una mattina sul lungomare.
Durante la notte c’è stata una tempesta.
Sei su una spiaggia siciliana, forse.
Sul bagnasciuga pugliese, può darsi.
E, d’improvviso, come se il mare si fosse stufato di essere eterno simbolo di viaggio e scoperta e avesse voluto rigettare il suo destino, vedi che la spiaggia è piena di valigie.
Valigie, sacchi, zaini, borse. A decine e decine. Sparse a caso sulla sabbia, come fossero conchiglie gigantesche.
Un paio sono state sbalzate lontano dalla marea, se ne stanno sotto al muretto che costeggia l’asfalto dell’isola pedonale, come ad aspettare due viaggiatori pronti ad adottarle.
Alcune sono più vicine all’acqua, mezze seppellite dalla sabbia bagnata spuntano irregolari come angoli e manici di forzieri sommersi.
Altre danzano ancora con la spuma, tutte bagnate.
Ce n’è persino una che galleggia a qualche metro dalla riva, come una boa.
I corpi dei clandestini, li vedrai la sera al telegiornale.
Il barcone è affondato qualche chilometro più in là del tratto di spiaggia dove sei solito passeggiare. Prima si è provato a gettare il carico in eccesso – i bagagli – per tentare di salvare la situazione.
Ma il numero di passeggeri era eccessivo, l’imbarcazione vecchia, le condizioni atmosferiche dannatamente sfavorevoli.
Gli scafisti si sono dileguati su una lancia al primo segno di problemi. Hanno lasciato il loro carico al vento e ai marosi.
E chi s’è visto s’è visto.
“Ma non era così che mi avevano detto il mare/ ma non era così e poi tanto di notte cosa vuoi mai vedere” – Gianmaria Testa, Rrock
Se aprissimo le valigie sulla spiaggia ci accorgeremmo che la metà sono piene di oggetti piccoli e apparentemente inutili. Sono piene di bambole e fotografie, ninnoli e fiori secchi, ciocche di capelli e abiti provenienti da altri tempi.
Metà delle valigie sono piene della vita dei migranti, del loro passato.
Se aprissimo le valigie sulla spiaggia ci accorgeremmo che la metà sono vuote. Che dentro non c’è niente. Sono le valigie da riempire di Occidente, “cercando quello che non c’era tra le discariche e la ferrovia”.
L’ultimo album di Gianmaria Testa, cantautore di Cuneo classe 1958, potrebbe essere una valigia da migranti. Vuota e piena al tempo stesso. Un concept-album in cui ogni canzone è un capitolo dalla voce calda e velata, una storia di luoghi e tempi altri, di andata e illusione, di ricerca, di disillusione senza ritorno.
In Gianmaria si sentono gli echi di molti dei cantautori che amiamo: il gusto per la filastrocca di Fabrizio De Andrè (“Al mercato di Porta Palazzo” pare un omaggio al cantautore genovese), la poesia di Ivano Fossati (“Il passo e l’incanto”), i ritmi, l’ironia e il recupero di ritmi d’altri tempi alla Paolo Conte (“Miniera”) e un certo gusto per la ballata alla De Gregori (“Seminatori di Grano”).
Eppure, nonostante i nomi citati possano sembrare un’eredità pesante, si ha il senso che il mantello di cantautore sia indossato con leggerezza, con la consapevolezza che la poesia sia, in fondo, una cosa piccola, esatta e fragile.

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