Chi ha paura della Pecora Nera?
di Lorenzo 12 gennaio 2007 | Categorie: Generale, ProsaAscanio Celestini a Teatro Verdi il 18 gennaio alle 21
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Un bambino e una bambina si rincontrano dopo trentacinque anni al supermercato.
Marinella e Nicola non mangiano più i ragni per dimostrarsi reciprocamente i propri sentimenti, ma, insieme, evitano ancora, con strategie differenti, il buio.
Perché per la paura del buio si può morire.
IO SONO MORTO QUEST’ANNO, campeggia in lettere rosse sul pannello alle spalle dell’uomo sul palco. Gli tiene compagnia un manichino di donna vestito di nero, che non parla. “Io sono morto quest’anno.” ci dice “Tutti volevano morire quest’anno perché dal prossimo non si vedrà più niente di nuovo”. Comincia con queste parole il lavoro sui manicomi che Celestini porta in giro per l’Italia da oltre un anno, e che il 18 gennaio sarà anche qui a Pisa, sul palco del Teatro Verdi.
Il manicomio come crocevia di vite, come famiglia, come scuola. Il manicomio elettrico, quel posto dove si curano quelle persone che non funzionano, come un aspirapolvere che si rompe, un frullatore che fa corto circuito. A queste persone difettose, lì, accendono e spengono gli interruttori del cervello con una scossa elettrica, accendono loro una luce nel buio, perché si sentano meno sole. Perché abbiano meno paura.
Il manicomio come scuola per diventare santi, come patrimonio di storie, come eredità familiare: Nicola che passa direttamente dalla scuola elementare al manicomio dove andava a far visita a sua madre. Dalle feste di carnevale in parrocchia, dove a lui toccava andare col vestito da coniglio, alla sua adolescenza spesa fra i letti di un istituto psichiatrico. Sono gli anni sessanta, i favolosi anni sessanta, la guerra è lontana. La gente che fino all’altro ieri era povera si compra il frigorifero a rate, si compra l’aspirapolvere con le cambiali, si compra la cucina spaziale dove gli astronauti si mangiano una pastiglia, ed è come se si fossero mangiati un pollo intero.
La mamma di Nicola in un letto, che non si muove e non parla. La nonna di Nicola che prende l’uovo fresco fresco dal culo della gallina, buca il guscio con l’unghia e glielo fa bere. Il papà contadino, che parla poco, e non legge. I fratelli di Nicola e la donna venuta da Marte. La suora che assiste i bambini e i ragazzi in manicomio. E Marinella: la bambina che a carnevale si era vestita da ballerina.
Sono solo alcuni dei personaggi di questa storia, che la voce, e i gesti, di Ascanio Celestini evocano in questo elogio funebre del manicomio elettrico frutto di un laboratorio teatrale, svoltosi per più di due anni in diverse città italiane, e che lo ha portato a confrontarsi, in modo diretto, con il vissuto di ex-internati ed operatori psichiatrici.
Un percorso attraverso la follia, quella ritenuta tale, e quella che, invece, porta un altro nome: ed è la pasqua perenne dell’ovino kinder, è la guerra umanitaria, la pasta che non scuoce, sono le bombe sulle metropolitane e il piacere senza il peccato. L’esportazione della democrazia e la flessibilità nel precariato.
E anche quando i manicomi chiudono, e al loro posto nascono nuovi istituti psichiatrici, Nicola, che non ha più una famiglia da cui tornare, resta dentro: perché dentro la luce è sempre accesa e non fa mai buio. Nicola che vede il mondo con gli occhi ingenui di un bambino che non è mai cresciuto, che esce soltanto quando accompagna fuori la suora per delle commissioni, e vede tutte quelle cose che, per forza di abitudine, noi non vediamo più. Vede la bambina vestita da ballerina che adesso fa le promozioni del caffé nel supermercato che non chiude mai e in cui adesso vive senza uscire mai. Perché dentro la luce è sempre accesa e non fa mai buio.
Perché per la paura del buio si può morire.

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